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Pubblicato giovedì, 24 giugno 2010 da Stefano Flore in La Nuova Sardegna , Rassegna Stampa
Ultimo aggiornamento martedì, 29 giugno 2010

«Il mio inferno da innocente»

Poteva essere un film, è stato molto peggio. Il cinema ha raccontato tante storie di innocenti finiti in carcere, ma quella di Alessio Fenu, 28 anni di Seneghe, è una storia vera. Raccontata da chi non doveva finire dietro le sbarre. È una storia che inizia il 16 aprile, molto lontano da Seneghe e dalla Sardegna. A Lido di Savio, una località vicina a Ravenna, quattro banditi fanno irruzione in una casa dove un cliente si sta intrattenendo con due prostitute brasiliane. È una rapina molto cruenta, che si conclude con sangue sulle pareti e il cliente ammanettato dai rapinatori che fuggono col bottino. Tre di loro finiscono in manette quasi subito. Del quarto non c’è traccia, sino a quando le due prostitute avvisano i carabinieri. Raccontano di aver individuato l’ultimo uomo del commando, grazie a una foto vista su un social network su internet. La foto è quella di Alessio Fenu, che a quel punto finisce nelle maglie della giustizia, senza capirne il perché. Accusato di una rapina che non ha mai commesso. «Ero nella fabbrica di mosaici in cui lavoro, quando sono arrivati i carabinieri – racconta ancora scosso -. Mi hanno detto di cambiarmi e di andare con loro. Io chiedevo spiegazioni, ma non me le hanno date, mi hanno solo portato via». Prima di andare in caserma, i carabinieri con Alessio Fenu fanno tappa nella casa di Fosso di Ghiaia. La perquisiscono, ma ovviamente non trovano nulla di compromettente. «Poi si va in caserma e dopo cinque ore vengo sbattuto in cella – ricorda il giovane -. È stato un incubo, mi hanno detto che ero la quarta persona che aveva partecipato alla rapina. Sapevo che non era vero, ho provato a dirlo, ma nessuno mi ha ascoltato. Ho detto che avevo degli alibi, che c’erano testimoni che potevano confermarlo, invece nulla. Nemmeno gli psicologi del carcere mi hanno creduto». L’incubo dura tre giorni e mezzo. Alessio Fenu passa il sabato e la domenica in cella. Il lunedì viene portato in tribunale per l’udienza di convalida del fermo. È la prima volta che riesce a spiegare le sue ragioni e infatti il giudice decide per la scarcerazione immediata. Peraltro, il riconoscimento fatto dalle due prostitute brasiliane non convince nemmeno il pubblico ministero. Ma non è ancora finita. Dovranno passare 55 giorni, prima di vedere cancellata l’infamia. La magistratura viaggia spedita e per Alessio Fenu arriva il proscioglimento. «Mi aspettavo le scuse di chi ha sbagliato – prosegue il ragazzo -. Non cerco risarcimenti, ma è giusto che qualcuno paghi per quello che mi è capitato. Io arrivo da una famiglia per bene. Mio padre è poliziotto, due miei fratelli lavorano per l’esercito, è stata veramente una cosa per la quale non riesco a darmi pace. La mia fortuna è stata quella di avere una famiglia che mi ha dato il coraggio per andare avanti. Loro, come l’azienda per cui lavoro da cinque anni. Certo, il mio sogno è tornare in Sardegna, ma da noi non c’è lavoro». Forse è un modo anche questo per dimenticare qualcosa che è impossibile da scordare. «È un sacrificio stare lontano, ma forse un giorno ce la farò».

Enrico Carta

Fonte: La Nuova Sardegna

 

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